FLESSIBILITA’ E INCERTEZZA: L’INGRESSO DEI GIOVANI NEL MONDO ADULTO NELL’EPOCA DEL PRECARIATO.
Diventare adulti è un processo che implica, da parte dell’adolescente, l’acquisizione in itinere di capacità previsionali e di ipotesi progettuali più o meno realistiche, più o meno conflittuali, che prendono forma dal confronto con vecchie e nuove ipotesi su di sé da demolire, da ricostruire, da levigare e da adattare alle esigenze reali del mondo del lavoro e alle possibili coniugazioni nel mondo degli affetti.
Ciascuna cultura, sia a livello sincronico che diacronico, definisce nel tempo le proprie modalità di passaggio, propri riti, tempi, obiettivi nel processo di aggregazione all’età adulta. E’ per questo che noi scorgiamo non una adolescenza uguale nella sua fenomenologia in tutto il mondo, ma tante adolescenze, alcune delle quali così brevi da esaurirsi nell’atto stesso del passaggio, altre - come la nostra - tendono a prolungarsi ben oltre il confine in cui finora ci si attendeva che cominciasse l’età adulta.
In quest’epoca della globalizzazione, un elemento di fondo che accomuna i giovani che si apprestano a compiere il passaggio al mondo adulto ed entrano nel mercato del lavoro, è il precariato.
Etimologicamente precario significa colui che ottiene “per preghiera e non per diritto”, e così viene macroscopicamente disconfermata la Costituzione per la quale il lavoro è un diritto dei cittadini italiani.
Di questo fenomeno sono investiti sia coloro che accedono al lavoro subito dopo l’obbligo scolastico, sia i giovani che vi entrano dopo aver raggiunto la laurea e aver frequentato master o specializzazioni. Negli ultimi 11 anni abbiamo assistito ad una vera e propria impennata di precari che si sono espansi ogni volta che le leggi volte alla liberalizzazione del mercato del lavoro hanno permesso l’apertura di nuove possibilità di precarizzazione.
Vorrei soffermarmi a riflettere sui problemi di natura psicosociale che la rapida espansione della precarietà va innescando.
La modalità che regola l’accesso odierno all’età adulta della generazione che sta attraversando la “linea d’ombra”, che separa e unisce nel contempo l’adolescenza all’età adulta, è riassumibile come segue:
- ingresso dei giovani nel mercato del lavoro attraverso le varie forme di lavoro atipico a cui fa da contrasto un impoverimento delle tutele;
- permanenza in una situazione di precariato per un periodo più o meno lungo a seconda del settore di occupazione, delle caratteristiche del ciclo economico, ecc.;
- accresciute esigenze rispetto alla generazione precedente sul piano formativo;
- conseguente permanenza nella famiglia d’origine (o in una situazione di dipendenza economica da essa), per un periodo più lungo rispetto alla generazione precedente.
Con questa modalità si va strutturando e funziona concretamente oggi la riproduzione sociale, il passaggio degli usi, costumi, degli stili di vita e di produzione, dalla generazione che declina a quella che si affaccia sulla scena sociale. Questo, inoltre, è ciò che sul piano psicosociale contribuisce all’emergere di modifiche dei profili caratteriali nelle nuove generazioni, insieme a tutta una serie di elementi educativi già operanti in questo senso durante l’infanzia e la fanciullezza.
La forma “atipica” di ingresso nel mondo del lavoro si somma al dato del prolungamento del tempo per la formazione (formazione-lavoro, formazione on the job, tirocinio, master, ecc.), e spesso si confonde con essa fino a creare situazioni di ambiguità sulla reale natura dei processi in cui il giovane è inserito, di dilazione dell’assunzione di una prospettiva adulta sia nella vita pubblica che privata. Ciò determina nuovi vissuti e nuovi equilibri nella famiglia d’origine e viene a configurarsi una nuova forma di convivenza (la famiglia prolungata), in cui due generazioni adulte si confrontano e la più giovane e meno indipendente, è costretta a comprimere i propri bisogni di autonomia e di autoaffermazione.
L’attardarsi sulla soglia del mondo del lavoro sia da parte dei più qualificati che dei meno qualificati, la stessa modalità con cui entrano e, dopo mille peripezie, si sistemano, i medesimi atteggiamenti che nei loro confronti assume la comunità degli adulti, influiscono massicciamente nella determinazione di importanti elementi della loro personalità, del loro atteggiamento nei confronti del futuro e della loro disposizione ad assumere o meno su di sé il peso della responsabilità e a diventare autonomi.
Il permanere in una condizione di ambiguità e di dipendenza, inibisce o addirittura impedisce il formarsi di quella progettualità sul piano produttivo e affettivo che finora contraddistingueva l’ingresso nell’età adulta.
Da molte espressioni del loro dire e del loro agire quotidiano traspare, da parte dei giovani, la consapevolezza di quella assenza di sicurezza e di quel deficit di senso che li attende. Prevale un vissuto di inadeguatezza, un sentirsi “irrisolti” emotivamente. Qualcuno pensando alla precarietà l’associa alle sabbie mobili: “ci sei invischiato dentro e affondi lentamente. Se ti agiti, se ti scomponi troppo, se non rispetti le regole del gioco, che è un gioco folle, il rischio è di affondare del tutto”. Quindi incertezza non solo dal punto di vista economico ma anche delle prospettive interiori, è minata la base emotiva della propria esistenza. Altri affermano di non sentirsi riconosciuti socialmente come soggetti.
Il precariato e tutti i fenomeni a esso connessi sul piano economico, sociale e psicologico, ci vengono venduti come ovvie soluzioni per salvare la società e il PIL dalla rovina, e per garantire il futuro dell’economia. Non si considera, invece, ciò che nel frattempo accade nei soggetti che si apprestano ad entrare in questa”giungla globale” che è diventato ormai il mercato del lavoro, e a permanere a lungo in una situazione di incertezza circa i contorni della propria identità adulta. E’ una condizione che difficilmente alimenta in loro la propensione ad identificarsi con la cultura del luogo di lavoro in cui sono capitati e dal quale in ogni momento possono essere espulsi. Sostano in un luogo mentale (quello della post-adolescenza) dal quale risulta difficile raggiungere un angolo prospettico che permetta di immaginare il proprio futuro.
L’ingresso nel mondo del lavoro implica un passaggio da uno stato di onnipotenza, in cui ogni aspirazione può essere pensata e collocata in un futuro vago e lontano, alla reale potenza che nasce dalla decisione di attraversare la famosa linea d’ombra; un passaggio dalla convivenza con una pluralità di immagini di sé che coesistono confusamente, all’accettazione di un’immagine di sé concreta e circoscrivibile, frutto anche di un impegno sul piano della riproduzione sociale.
L’assenza di un background affettivo e lavorativo, che sia in grado di determinare un terreno di condivisione della dimensione della responsabilità stabile nel tempo, incide profondamente sul piano della definizione dell’immagine di sé del giovane adulto odierno. Infatti le concrete possibilità di scambio che è possibile sperimentare sia sul piano lavorativo che affettivo, rischiano in ogni momento sul piano lavorativo di mettere al mondo frutti che il giovane non potrà mai vedere e sul piano affettivo di essere destinate ad una dilazione indeterminata.
Solo all’interno di un quadro di stabilità temporale e spaziale, che permetta la coniugazione con gli altri lavoratori e con gli elementi tecnologici di base del proprio lavoro, la produttività e la generatività giovanile potranno esprimersi. E’ solo per questa strada che lo sforzo di adattamento all’organizzazione che il giovane fa, potrà essere ripagato dalla soddisfazione che nasce in lui dal vedere i risultati del proprio lavoro e dal sentirsi compartecipe dei progetti e dei prodotti. E’ in questo modo che quel luogo e quel lavoro potranno diventare i contenitori della sua neonata identità adulta.
Ciò che contribuiamo a creare, ciò in cui esprimiamo un po’ di noi come singoli o come gruppo, ciò che sentiamo nostro, “immaginato” da noi, genera più facilmente il benessere psichico.
Margherita Rosa
Il desiderio nella coppia e le sue derive
di Margherita Rosa
Il desiderio, l’amore e la coppia: un’eterna ghirlanda luminosa. Potremmo definirla così, se non subentrassero, a complicarne l’immagine, le ombre del fallimento, del disincanto, della sofferenza e della caduta. Le promesse di Eros sembrano talvolta capovolgersi in quelle del suo peggiore nemico. La coppia allora diviene una prigione, un luogo avvolto nella nebbia, in cui non si riconosce più l’Altro e neppure se stessi.
In principio….la libido.
La “libido”, secondo la concezione psicoanalitica freudiana, consiste nell’“energia sessuale” che costituisce la base delle reazioni emotivo-affettive scatenanti il conflitto tra gli impulsi istintivi ed il relativo controllo inibitorio, cioè il conflitto fra l’“Eros edonistico” tendente al desiderio vitale ed il “Thanatos deleterio” tendente al desiderio distruttivo (Freud, 1920).
Durante lo sviluppo dell’individuo la libido attraversa differenti fasi, le quali contrassegnano il cammino verso una sana maturità sessuale, oppure l’insorgere di specifici disturbi del carattere. Ogni stadio dello sviluppo della sessualità, quindi, può comportare fissazioni, regressioni alle fasi precedenti, che influenzeranno, successivamente, le modalità con cui l’individuo maturo affronterà la relazione amorosa. Sappiamo che Freud rivisitò più volte, nel corso della sua vita, la propria teoria delle pulsioni, fino a stabilire, nell’ultima sua elaborazione, un’opposizione fondamentale tra pulsioni di vita e pulsioni di morte. S’inoltrava, così, nella sua “metapsicologia”, intrecciata profondamente con istanze filosofiche. Del resto la ricchezza degli sviluppi successivi della psicoanalisi deve molto alle suggestioni del suo fondatore.
Ai fini di una comprensione più profonda delle dinamiche erotiche e delle vicissitudini del desiderio, dovremmo prendere in considerazione il processo attraverso il quale si costituisce la struttura psichica dell’individuo, sotto le pressioni dell’ambiente familiare e sociale.
Se uno dei compiti principali dell’Io (Marcuse, 1964), è quello di “coordinare, alterare, organizzare e controllare gli impulsi dell’Es in modo da ridurre al minimo i conflitti con la realtà”, diviene fondamentale comprendere secondo quali modalità il principio di realtà entri in rapporto con il principio di piacere.
E’ noto come Freud affidi al Super-Io la funzione di portavoce delle istanze genitoriali e sociali. Scrive Freud (1922) : “Di regola l’Io attua le repressioni al servizio e su richiesta del Super-Io”. Ma ben presto le repressioni diventano inconsce, per modo di dire automatiche, e una gran parte del senso di colpa rimane inconscio. Lo psicoanalista americano Franz Alexander (in Marcuse, op. cit.) parla della “trasformazione della condanna conscia, che dipende dalla percezione (e dal giudizio), in un processo inconscio di repressione”; egli ritiene che esista una tendenza alla diminuzione dell’energia psichica mobile verso una “forma tonica” – una corporalizzazione della psiche.[1] Si tratta di uno sviluppo mediante il quale lotte originariamente consce contro le esigenze della realtà (i genitori e i loro successori nella formazione del Super-Io) vengono trasformate in reazioni automatiche inconsce.
Come afferma Marcuse (op. cit.): “Lo sviluppo autonomo degli istinti si congela, e il loro modello si fissa al livello infantile. Così il Super-Io fa valere non soltanto le esigenze della realtà, ma anche quelle di una realtà del passato”.
Mentre la libido appare come energia disponibile, il cui fluire è condizionato dai blocchi intrapsichici dell’individuo e dalle pressioni dell’ambiente esterno, il desiderio, secondo le parole di Lacan, è “un rapporto da essere a mancanza” (Lacan, 1954-1955).
“Questa mancanza”, continua Lacan, “è mancanza di essere, nel senso proprio della parola. Non è mancanza di questo o di quello, ma mancanza di essere grazie a cui l’essere esiste” (Lacan, op. cit.).
Per Lacan, il desiderio viene prima di qualsiasi oggettivazione, e lo scopo della psicoanalisi è quello di aiutare il soggetto a riconoscere e nominare il suo desiderio. Nominare il desiderio non è ri-conoscere qualcosa di già dato. Il soggetto, attraverso il suo desiderio, crea, fa sorgere una nuova presenza nel mondo.
Tutto ciò si collega, in maniera evidente, ai processi di fantasmatizzazione primaria e secondaria, descritti da Gilliéron (1994). “In età adulta”, egli scrive, “le nostre relazioni affettive sono mediate costantemente dalla fantasmatizzazione: noi siamo portati a rivestire il mondo esterno del nostro immaginario. La nostra visione del mondo si appoggia sulle nostre esperienze infantili che, a loro volta, si iscrivono in un contesto storico e culturale”.
Queste considerazioni ci conducono ad una definizione di desiderio che implica la relazione con l’Altro. E’ il passaggio da un modello pulsionale ad uno relazionale, che sembra contrassegnare lo sviluppo della psicoanalisi postfreudiana. In seguito agli studi di Winnicott (1983), della Malher (1978) e di Bowlby (1982) è emersa sempre più nella riflessione psicoanalitica la problematica fondamentale della relazione quale bisogno fondamentale umano. Alcune teorie sottolineano maggiormente le esigenze legate all'organizzazione del Sé, altre quelle relative all'attaccamento, altre ancora le transazioni interpersonali. La crescente importanza riconosciuta alle relazioni ha messo sempre più in crisi il modello classico fino a renderlo ad oggi ormai insostenibile. Una conseguenza assai importante di questo cambiamento di scenario è che il concetto di bisogno-desiderio comincia ad essere inteso non più come qualcosa che esiste a priori rispetto al contesto relazionale, bensì come coesistente e intrecciato ad esso. Il desiderio è quindi sempre vissuto nel contesto delle relazioni (e non a priori rispetto ad esse), all'interno delle quali di volta in volta, acquisisce forma e significato. Non più quindi il bisogno prima del rapporto, bensì il bisogno del rapporto che caratterizza l'essere nel mondo.
Nel proiettare il desiderio verso l’altro, ogni individuo porta con sé il bagaglio emotivo introiettato dalla famiglia d’origine e la qualità delle relazioni d’oggetto sperimentate che hanno qualificato il legame. Conseguentemente, la capacità di stabilire legami affettivi, di innamorarsi, dipenderà dal livello di evoluzione psichica conseguita dalla personalità individuale. Se l’individuo è in grado di rinunciare alla propria posizione narcisistica, ed è capace di aprirsi all’altro, potrà accedere ad uno spazio di reciprocità e di crescita, senza rinunciare alla sua autonomia.
Può essere interessante, a questo punto, prendere in considerazione quanto scrive Mendlovic (2008), a proposito della soggettività.
Egli si sofferma sull’equazione Oggetto + Amore = Soggetto. Descrive lo sviluppo concettuale che si è attuato passando dalla psicoanalisi oggettuale alla psicoanalisi soggettiva, in cui si afferma che la soggettività dipende dalla relazione con l’altro. Infine, analizza la funzione dell’amore, in quanto fenomeno psichico in grado di trasformare l’oggetto in soggetto dell’amore. “Innamorarsi”, scrive Mendlovic, “è un evento in cui, sin dall’inizio, l’incontro è quello tra soggetto – soggetto e non soggetto – oggetto”. La potenza trasformativa della relazione amorosa, quindi si esplica nell’incontro tra due soggettività, che si ri-creano reciprocamente rafforzando la propria individualità.
L’amore, quindi, appare in questa luce come un fenomeno evolutivo rispetto al desiderio. Si aprono scenari di infinita complessità nell’affrontare il tema dell’amore.
Per usare le parole di Callieri (2001-2002): “A me pare che per definizione l'amore è forte, duro, ma non è effimero, non è fatto di dongiovannismo e non si nutre solo di sesso, include protezione e preoccupazione, sollecita comprensione e tenera saggezza; è cura, cura della persona. Forse è una scelta più che una fatalità”.
In questa ottica la passione sessuale reciproca può essere un forte elemento di coesione, ma non è il banco di prova dell'amore. Il suo peculiare carattere gli consente di rivelarsi appieno nell'unione personale dei sessi. Ma è chiaro che, come esso può anche fare a meno della gratificazione sessuale, così questa può essere perfettamente possibile senza l'amore.
Per Callieri (op. cit.) l’Eros ha un essenza ambigua e bifronte, e forse per tale ragione la psicoanalisi si è concentrata essenzialmente sui bisogni libidici e sulla scoperta del sesso vilipeso e sottaciuto. La successiva critica al biologismo, avvenuta in molta parte del pensiero psicoanalitico, ha permesso di ampliare la visione dell’amore, scoprendone il carattere di mutualità, interesse, la sua essenza insita nel prendersi-cura, nella reciprocità, nella coappartenenza, nel dialogo, nella relazione.
Queste considerazioni ci introducono al tema delle psicopatologie della relazione amorosa, ovvero in quei paesaggi contraddittori, dove la ricerca della felicità sconfina talvolta nell’autopunizione e nell’infliggere sofferenza verso di sé e verso gli altri.
Kernberg (1995) citando il poeta Octavio Paz (1974) scrive: “Rimanere all’interno dei confini del proprio Sé pur trascendendoli nell’identificazione con l’oggetto amato è una eccitante, emozionante, ma anche dolorosa condizione dell’amore. Il poeta messicano Octavio Paz ha reso quest’aspetto dell’amore con una concisione impressionante: l’amore è il punto di intersezione tra desiderio e realtà. L’Amore, egli afferma, rivela la realtà del desiderio e crea la transizione tra oggetto erotico e persona amata. Una rivelazione quasi sempre penosa, perché la persona amata si presenta contemporaneamente come un corpo da penetrare e una coscienza impenetrabile. L’amore è rivelazione della libertà dell’altro. La natura contraddittoria dell’amore sta nel fatto che il desiderio mira a soddisfarsi tramite la distruzione dell’oggetto desiderato e l’amore scopre che quell’oggetto è indistruttibile e non può essere sostituito”.
Come afferma Kernberg (op. cit.), la costellazione edipica dei soggetti coinvolti, influenza la relazione amorosa. Egli sostiene che la patologia che più interferisce con una relazione stabile e pienamente gratificante con un membro del sesso opposto, è rappresentata dal narcisismo patologico da un lato, e dall’incapacità di risolvere i conflitti edipici in una piena identificazione genitale con la figura genitoriale dello stesso sesso dall’altro. La patologia narcisistica è relativamente simile negli uomini e nelle donne, mentre la patologia che deriva principalmente dai conflitti edipici è diversa. Nelle donne, i conflitti edipici non risolti si manifestano più spesso secondo schemi masochistici, come il persistente attaccamento a uomini insoddisfacenti e una incapacità di godere o di mantenere una relazione con uomini che potenzialmente sarebbero per loro pienamente soddisfacenti. Anche gli uomini si attaccano a donne insoddisfacenti, ma culturalmente sono di solito più liberi di sciogliere questi legami insoddisfacenti. Negli uomini, la patologia dominante che deriva dai conflitti edipici prende la forma di paura e insicurezza nei confronti delle donne e di forme reattive contro questa insicurezza sotto forma di ostilità reattiva o proiettiva verso di esse; tutto ciò si combina in diversi modi con l’ostilità e la colpa pregenitali nei confronti della figura materna.
Quando la coppia perviene a delle formazioni di compromesso soddisfacenti nelle aree di integrazione reciproca, la relazione si consolida e diviene gratificante. Tali aree riguardano le aspettative reciproche, le relazioni sessuali reali, la condivisione di un unico ideale dell’Io, le relazioni d’oggetto predominanti a livello conscio e inconscio. Kernberg sottolinea, inoltre, l’importanza dell’integrazione di libido e aggressività, di amore e di odio, con una predominanza dell’amore sull’odio, in tutte queste aree dell’interazione di coppia.
Per Kernberg la cronicizzazione del conflitto coniugale può nascere da una fissazione inconscia di se stessi e del partner sessuale in ruoli particolari: la donna dipendente, possessiva, assetata d’amore e l’uomo narcisista, indifferente, centrato su di sé; la donna dominante, potente e controllante che vuole come partner un uomo adulto e si sente frustrata da un marito-bambino insicuro e infantile, ecc. I soggetti non riescono in questo caso a comprendere la natura autoperpetuante della loro relazione.
Nelle donne con personalità depressivo-masochistica le relazioni d’amore masochistiche costituiscono spesso la psicopatologia dominante. Capita loro, quindi di innamorarsi di uomini “impossibili”, e di andare incontro a delusioni ripetute. La personalità narcisistica quando s’innamora, tende a idealizzare l’oggetto amato incentrandosi sulla sua bellezza fisica, o sulla ricchezza e sulla fama, come attributi da ammirare e da incorporare inconsciamente come parte di sé.
“I pazienti narcisisti”, scrive Kernberg (op. cit.), “mostrano una paura inconscia dell’oggetto d’amore, correlata all’aggressività proiettata, e anche una particolare assenza della libertà interna di interessarsi alla personalità dell’altro”.
Possiamo constatare come le psicopatologie della relazione di coppia risentano anche dei cambiamenti sociali e culturali. Siamo in presenza di una crescente difficoltà dei soggetti a strutturare relazioni affettive profonde. Ciò comporta uno squilibrio nel rapporto di coppia tra legami narcisistici e libidici, col prevalere di un legame sull’altro, e ciò pregiudica una positiva evoluzione della relazione amorosa.
Occorre considerare, poi, che le dinamiche psicopatologiche della coppia non sono la semplice sommatoria degli eventuali disturbi di personalità di ciascun partner. Lo schema di relazione che agisce nella coppia andrebbe quindi valutato separatamente dalla struttura di personalità individuale. Si possono verificare, all’interno della coppia, fenomeni di collusione inconscia nello sfruttamento reciproco e dell’aggressività derivante da altri conflitti (Kernberg, 1995).
Quando si struttura la coppia, entrambi i partners nel costituire la nuova sfera mentale, danno un apporto strettamente personale che sfugge alla volontà perché inconscio, e la portata del suo dinamismo è tale da influenzare la qualità futura del rapporto. La qualità evolutiva della relazione di coppia deriva dall’interazione dei due psichismi. Il nuovo psichismo, quindi, trova un suo funzionamento che si configura nello spazio mentale della coppia.
Infine, nel valutare lo stato della relazione amorosa, non potremo esimerci dal considerare il suo rapporto con l’ambiente familiare e sociale. I condizionamenti che le rispettive culture familiari e sociali comportano, agiscono come fattori dinamici all’interno della coppia. Le risposte che essa saprà dare alla pressione della morale pubblica, alle aspettative circostanti, interpretandone creativamente limiti e opportunità, potranno segnare il suo sviluppo futuro e la sua possibilità di riuscita.
Bibliografia
[1] Alexander, fondatore della medicina psicosomatica, descrive le modalità attraverso cui la psiche influenza il metabolismo e le funzioni fisiologiche dell’essere umano. Corporalizzazione, in questo senso, significa la trasposizione di un conflitto psichico in un sintomo somatico.
"HO VISTO COSE CHE VOI UMANI..."
Rivista on line a cura di Fabio Grieco
n°3 -12 marzo 2011
Poesie di Fabio Grieco
Otto stagioni in Purgatorio.
La mia esperienza lavorativa al Centro Diurno per Anziani Fragili.
di Fabio Grieco
Piccola premessa per lettori pazienti.
Col passare degli anni ho maturato una certa sfiducia nei confronti delle parole. Con le parole si può affermare tutto e il contrario di tutto; si può fingere, fare gli spavaldi, mostrarsi competenti, comprensivi oppure intransigenti. Ho imparato che la vita ha molte sfumature, che quello che si dice, spesso nasconde l’essenziale. I fatti, invece, hanno una loro crudezza, priva di retorica.
Salverei soltanto quelle parole apparentemente più banali, logore; quelle, udendo le quali, il cinico si fa una grassa risata: Ti voglio bene, provo una grande dolore, ti amo, ho stima di te, ho vergogna, mi sento perso…Salverei anche la parola libertà, quando viene gridata a rischio della propria pelle; e la parola diritti, laddove viene grossolanamente calpestata.
La scrittura, poi, è parola al quadrato, al cubo. Presuppone una fiducia incondizionata da parte di chi legge. A meno che non dichiari, a priori, la propria finzione.
Tuttavia, dovrò accettare la contraddizione: in che altro modo si può raccontare l’impotenza della parola, se non attraverso la parola ?
Come non cogliere, dietro la scarna rappresentazione del quotidiano, lo scorrere di una realtà più grande, più complicata, nella quale siamo trascinati?
Non sempre, agendo le nostre esistenze di individui, in piccoli gruppi o nei momenti di solitudine, ci rendiamo conto di tale complessità. Il nostro essere sociale spesso rimane oscuro ai nostri stessi occhi. E’ nel lavoro, così importante nella nostra vita (occupa, infatti, uno spazio fondamentale sia in termini quantitativi che emotivi), che proviamo spesso un senso di alienazione nei confronti delle nostre stesse aspirazioni, dei bisogni più profondi che ci caratterizzano come esseri umani. Soprattutto quando sperimentiamo la frustrazione di ogni progettualità, scarso riconoscimento delle nostre capacità, aspettative deluse, conflittualità senza sbocchi positivi, ecc.
E’ a partire da queste considerazioni, che mi sono passati davanti agli occhi gli oltre due anni che ho trascorso come operatore sociale (adest) presso il centro Diurno per Anziani Fragili del V° Municipio di Roma, gestito dalla Cooperativa sociale “Arca di Noè”, che nel lontano 1980 ho contribuito a costituire, e che oggi mi dà un lavoro dipendente.
Di questo voglio parlare, in termini soggettivi sicuramente, ma cercando di mostrare quanto più possibile la concretezza di un’attività variegata, complessa.
Consapevole che lo sguardo è sempre selettivo, che non esiste una storia sola: né la Storia grande, né le molteplici piccole storie di cui siamo co-protagonisti. La realtà non è un parallelepipedo regolare. Piuttosto, un prisma pieno di sfaccettature.
Puoi coglierne un riflesso, se sei fortunato.
Il Centro Diurno
Quando ho iniziato a lavorare al Centro Diurno erano molti anni (28, per la precisione) che non avevo più a che fare - professionalmente – con gli anziani. In precedenza mi ero occupato di altro: la Presidenza, laboratori nelle scuole, attività con gli studenti universitari, progetti, libri. La mia esperienza di assistenza domiciliare agli anziani risaliva al biennio 1980-82, agli inizi della Cooperativa. Erano ricordi densi, i quali, rivisitati da una memoria indulgente, mi apparivano abbastanza eroici, se vogliamo. Ma –ripeto – non voglio dilungarmi sul passato remoto. Al Centro Diurno, inizialmente, mi è sembrato di essere piombato al capolinea del mondo. Ho trovato, qui riuniti, anziani con ogni sorta di patologie: ciechi, sordi, dementi, carrozzati, psicotici, malati di Alzheimer, portatori di tumori inguaribili. Sembrava, in certi momenti, un girone dantesco. Dovevo imparare a muovermi tra loro. Ho osservato i miei colleghi, per “imparare il mestiere”. Senza di loro non ce l’avrei fatta. Ci sono stati anche momenti di aspro dissidio, ma alla fine ha prevalso il mutuo aiuto. Avevo partecipato ai miei bravi corsi di formazione. Ma in quei contesti la sofferenza e i bisogni di queste persone sono elegantemente filtrati attraverso termini tecnici, impersonali…Nella prosa dei manuali tutto scorre in maniera logica: Prendersi cura consiste in…In caso di…occorre che…Di fronte al soggetto fragile (ma talvolta anche aggressivo!): occorre mantenere la giusta distanza emotiva…non farsi trascinare in dinamiche negative…L’operatore non è uno psicologo, non è un infermiere psichiatrico, tenga quindi un profilo basso, scarse aspettative, stabilisca una relazione rassicurante, possibilmente stimolante, di aiuto…In un Centro Diurno si dia vita a diverse tipologie di laboratori: cognitivo, manuale, ricreativo, di ginnastica dolce… I pasti verranno serviti caldi, i soggetti meno autosufficienti andranno accompagnati al bagno, facilitati nei movimenti…Eccetera.
Tutto ciò può descrivere adeguatamente lo svolgersi reale di una giornata lavorativa, di un mese, un anno?
Suppongo di no.
Osservando i miei colleghi ho imparato molto, ma qualcosa mi sfugge ancora. La mia dimestichezza con i dubbi, ogni tanto mi fa chiedere a me stesso: Che razza di operatore sono?
E’ una domanda che tuttavia passa in secondo piano dinnanzi a quello che non posso definire altro che CASINO, in cui è sprofondato il mio lavoro negli ultimi tempi.
Ma procediamo con ordine.
Immaginate un ambiente abbastanza particolare, che consiste in un villino a due piani, circondato da un giardino. Al piano superiore sono situati gli uffici amministrativi e dirigenziali della Cooperativa; al piano inferiore è collocato il Centro Diurno. Il villino si trova alla confluenza di alcune storiche borgate di Roma: S.Basilio, Pietralata, Ponte Mammolo, Tiburtino III°, Casalbruciato. Sono nomi che dicono qualcosa a qualsiasi romano con una discreta età sulle spalle. Negli anni settanta e ottanta qui sono nate iniziative e lotte sociali all’avanguardia. Nei DSM si dava vita a esperienze di de-istituzionalizzazione. I Servizi Sociali si confrontavano con gli operatori delle cooperative per creare nuovi progetti e servizi che oltrepassavano le vecchie concezioni assistenzialistiche. In questo territorio molti psichiatri, sociologi, psicologi, operatori, hanno concretizzato una grande stagione di impegno sociale. Voglio ricordarne alcuni che non sono più tra noi e ai quali mi legano ricordi indimenticabili: Fausto Antonucci, primario del DSM di San Basilio, Giacomo Innocenti, sociologo e responsabile dei Servizi Sociali del V° Municipio… E penso anche a tutti quelli che sono ancora sul campo…
Attualmente l’ambiente che ospita il Centro Diurno assomiglia ad una vecchia signora decaduta. I muri ingialliti perdono pezzi d’intonaco. Il degrado si deposita un po’ ovunque, come una muffa. L’arredo interno è una via di mezzo tra una malandata bettola di Puerto Escondito…e un reparto psichiatrico pre-Basaglia. Il secondo millennio della nostra splendente civiltà occidentale, ci propone, in questo avamposto italiano, una crisi profonda che investe operatori e utenti. Un attacco allo Stato Sociale e ai diritti dei lavoratori che è stato concepito in anni lontani (almeno al tempo della P2) e che ora sta entrando nella sua fase finale. Nel nostro territorio, come in qualsiasi trincea di questa guerra epocale, gli attori coinvolti in questa crisi (il V° Municipio, i dirigenti della Cooperativa, gli operatori del Centro) hanno ciascuno giocato il proprio ruolo, con le rispettive ragioni, senza riuscire a venire a capo di nulla. Il Municipio riduce del 20% la sovvenzione alla Cooperativa, pertanto si procederà a tagli del personale, chiusura del Centro il venerdì, cassa integrazione per gli operatori.
La scarsità di soldi sembra accomunare tutti: il bilancio municipale è in rosso, la cooperative è indebitata, le tasche degli operatori sono semivuote (stipendio medio: 800/900 euro per 36 ore settimanali)… Sembrerebbe principalmente un problema contabile. Ma quando mail la contabilità è la chiave che scioglie tutti gli enigmi del mondo? Potrebbe essere la politica quella chiave. Là dove nascono i bilanci, si definiscono le priorità, si valutano bisogni e interessi. Ma, in termini di lobby, che peso hanno gli anziani? E gli operatori sociali? Forse dipende dal loro grado di organizzazione, dalla pressione che possono esercitare…
Crisi è una parola che fa paura. Una parola – feticcio. La si usa per spaventare, persuadere, ammorbidire, dissuadere. A detta dello storico E. J. Hobsbawn (“Il secolo breve”) gli anni che vanno dal 1947 al 1970 sono stati glia anni d’oro dell’economia mondiale. Forse per questo grandi speranze di cambiamento sono maturate in quel periodo. Gli anni successivi sono stati più difficili. Anni complicati, caratterizzati da una strisciante Depressione economica, sociale e psicologica. Anni in cui gli orizzonti si sono ristretti (malgrado internet) e l’Occidente appare sprofondato in una fase priva di grandi progetti e di ideali. Le condizioni di vita dei lavoratori sono peggiorate, i giovani sono stati privati di un futuro rassicurante. La crisi, ultimamente, è un ospite che non ci lascia mai.
Ma torniamo al Centro Diurno. Alle storie che qui si intrecciano e nella cui trama banale filtra il riflesso di significati più grandi, ai quali prestiamo solitamente scarsa attenzione. I frequentatori del Centro Diurno non sono utenti, non sono “anziani fragili”, soltanto. Sono persone, complesse, con le proprie storie e bisogni molteplici, diversificati. Ogni giorno m’interrogo su come modulare la mia professione di operatore per accogliere una tale diversità, per non appiattirmi nella routine, nelle procedure automatiche, nei gesti meccanici.
Non è facile, ve l’assicuro.
Gli utenti
S. (80 anni) è cieco da circa cinque anni, per effetto – dice - di una operazione sbagliata. P. anche è cieco, a causa del diabete. Non è molto anziano: 63 anni. D. anch’essa non vedente (79 anni). M. è uno psicotico che tira avanti con i farmaci. La moglie lo accudisce da sempre. M. si aggira per il Centro recitando una monotona litania che pare evocare il sole e la luna. Chissà. Ogni tanto ti guarda con gli occhi lucidi e furbetti. Allora getta a terra il cappello oppure ti chiede una sigaretta. Non ha in simpatia gli altri anziani del Centro. I suoi eccessi di tosse spaventerebbero persino King Kong. Vive in un mondo tutto suo. Laboratorio? No, non gli va proprio.
S., dicevamo. Definisce il silenzio un’anticamera della morte. Per questo non smette mai di parlare. Soprattutto di quella maledetta operazione. Scrive, con un apposito ingranditore, lunghe lettere che non sono altro che maledizioni verso il medico che lo ha operato. E’ un cultore del cruciverba. “Dai Fabio, facciamolo!”. E’ bravo, saccente, non tollera di sbagliare. Con le donne un vero dongiovanni!
P., l’altro cieco, ha avuto in passato crisi nervose in cui gli sono apparsi i serpenti (forse, un effetto dei farmaci…). Vive con un giovane badante africano. A casa, passa la maggior parte del tempo a letto. A differenza di S. non si orienta facilmente, è timoroso. Se ne sta spesso in disparte, a rimuginare non si sa che cosa. Difficile coinvolgerlo in qualche attività.
D. ha 79 anni. Cieca anche lei da circa una decina di anni. E’ furibonda con la vita e soprattutto con gli stranieri. Cinesi e musulmani sono le sue bestie nere (sic). Il marito faceva il carabiniere. A casa c’era raramente. D. avrebbe voluto studiare, ma il padre la pensò diversamente. Quando è in vena recita certe canzoncine abruzzesi o racconta barzellette un po’ spinte… Si muove a fatica, con la stampella. Dovrebbe mangiare meno pane, le diciamo. Manco a pensarci. Ogni tanto, quando è bel tempo, le facciamo fare una passeggiata in giardino. E’ ruvida con gli altri anziani, ma affettuosa con gli operatori.
L. (67 anni) ha una forma di spasticità che rende i suoi movimenti simili ad una danza sincopata. Perenni dolori al collo e alle spalle. Un seno amputato. Una maturazione mentale incompleta. Sorriso infantile, pensieri curiosamente in bilico tra vecchiaia e bambineria.
G. è una depressa cronica. Lo sguardo fisso come una sorta di preistorico uccello. Si lamenta della vecchiaia, anche se è tra le meno anziane (70 anni) del Centro. Socializza poco e passa la maggior parte del tempo sdraiata sul divano oppure ciondolando in piedi. Ama sostare nei pressi degli operatori che fissa lungamente col suo sguardo impenetrabile.
In certi momenti (sarò vittima di allucinazioni?) pare che tutte queste esistenze siano trascinate in un vortice che accomuna i vivi e i morti, ombre che si aggirano per il Centro, unite da una dolente, silenziosa protesta contro una vita avara di soddisfazioni…
Come una sorta di “classe morta” (indimenticabile spettacolo teatrale di T.Kantor), essi ripetono, quasi meccanicamente, sempre gli stessi borbottii, gli stessi mugugni, incapaci di cogliere un senso in ciò che li circonda, che non sia quello del tempo che consuma, corrode e lacera il tessuto vibrante di ciò che è andato perso irrimediabilmente. Se ci si potesse trincerare dietro le definizioni “tecniche”, “scientifiche”, si citerebbero le condizioni di privazione culturale e sociale, la carenza di capacità di simbolizzazione, le esperienze di vita difficili e scarsamente gratificanti, che caratterizzano queste persone, nate perlopiù nel ventennio fascista. Non c’è nessuna “saggezza” scontata nella vecchiaia. Non è lecita nessuna retorica sull’”anzianità”, come condizione in qualche modo più equilibrata. Viceversa, talvolta sembra che queste vite siano murate in un unico, congelato presente, in cui forse la perdita della memoria non è che una sorta di consolante oblio di ciò che non si è potuto trattenere.
Ho imparato a leggere queste parole: Malattia, Solitudine, Demenza, Depressione, Risentimento, Decadenza, sul viso delle persone di cui avrei dovuto occuparmi, aggrappandomi all’idea incerta di una “cura” e di un sollievo talmente effimeri da risultare quasi insignificanti…Per poi ripetermi che era comunque meglio di niente, che ciò era proprio il contenuto di una professione dai confini labili ma dalle problematiche estese, coinvolgenti…in cui la qualità della relazione è fondamentale, ma lo sono anche le piccole, minute attenzioni, che talvolta suscitano il miracolo di un sorriso su quei volti sofferenti…
Tutto ciò mi rimandava alle letture fatte in giovinezza, alle utopie che prospettavano un cambiamento nella vita che avrebbe reso anche il dolore, la vecchiaia più dignitosi, più umani…
Simone de Beauvoir: “La terza età”, chi la legge più?
E affondando l’utopia di un mondo diverso, affondava anche la connessione forte che avevo immaginata, anni prima, tra il lavoro autogestito, la cooperativa, e l’obiettivo sociale, il progetto di un cambiamento profondo della relazione tra le diverse generazioni, i giovani e i vecchi, capaci di arricchirsi reciprocamente, facendo interagire le loro specifiche dimensioni esistenziali.
Giunti a questo punto, mi chiedo se sono il solo ad avvertire questa sensazione di vuoto, di difficoltà, o se ciò non sia dovuto anche all’incremento dell’età che, inevitabilmente, segna tanti operatori sul campo da molti anni…
O forse, il problema nasce nel momento in cui l’organizzazione che si era pensato dovesse incidere nella realtà come un rompighiaccio, come un cuneo capace di insinuarsi nell’opaco terreno della burocrazia, tra le sabbie mobili dell’indifferenza sociale, si affloscia, si avvizzisce, trasformandosi in una sorta di ragionieresco Ufficio delle Perdite e delle Entrate, chiuso in se stesso, come una bolla che si autocompiace della propria inerte sopravvivenza? schiere
Intermezzo quasi epico.
E adesso sollevatevi pure schiere di rinomati Avvocati, astuti Commercialisti, implacabili Revisori dei Conti, sparpagliati un po’ dovunque, e assoldati da salvifici CdA! Già vi vedo perorare la Santa Causa dei Pareggi di Bilancio, dei Tagli dei Rami Secchi, salvo custodire gelosamente quelli su cui voi siete seduti! Già odo le vostre grida contro la Sciagura Sindacale, l’aborrito Contratto Nazionale!
Già sento il sibilo dell’Amministratore-Skipper, che scacazza sugli improvvidi soci e lavoratori, che nulla comprendono di bilanci! E ci rimprovera di ignorare persino il costo di un metro di tela, e dei sacrifici che occorre fare per soffiare il vento sulla vela! Folli, solo alla fine riacquistate la ragione!, ci sbraita contro il Nero Lord della Notte Aziendale, in cui tutte le vacche sono nere! E noi, invano a gemere: Ma la rotta è una sola, signor Capitano? E a dubitare: ma non è che tu, Achab, hai un conto in sospeso con Moby Dick? Che si può tradurre: Non è che le tue ossessioni e i tuoi deliri d’onnipotenza ti fanno sbarellare e perdere il senso della misura e fottertene proprio delle persone?
E noi invano a invocare democrazia e condivisione, che lo Skipper ci prende per tante Alice nel Paese delle Meraviglie!
Considerazioni quasi politiche
Che c’entra, direte voi, tutto questo con il Centro Diurno?
C’entra, credete a me.
Le persone non sono un assemblaggio di materiali diversi, di ruoli, competenze, funzioni. Le persone sono una totalità, un Io attraversato da tutte le problematiche della loro esistenza. Non sono mera forza-lavoro, o capitale umano, come si dice oggi. Le persone hanno passioni, ideali, convinzioni, motivazioni, hanno competenze che mettono in gioco in ogni attività della loro vita. Non si può essere bravi operatori in un lager. Questo è incontestabile. Non si può essere lavoratori soddisfatti ed efficienti in organizzazioni incapaci di dialogare. Certo, i lavoratori li puoi intimidire, minacciare; ma sei sicuro sig. Capo, sig. Dirigente, che funzionerà?
Io e i miei colleghi abbiamo i nostri momenti buoni e quelli cattivi.
Nei momenti buoni siamo creativi, organizziamo laboratori, attività di socializzazione, scherziamo, cantiamo anche!
Non pensiamo che essere operatori sociali sia uguale ad essere fabbricanti di spot pubblicitari oppure venditori di dentifrici miracolosi..
Una recente ricerca ha dimostrato che il riconoscimento economico e sociale dei lavori è spesso inversamente proporzionale alla loro effettiva utilità sociale. Come dire: un commercialista guadagna molto di più di un infermiere ma il suo lavoro è spesso decisamente dannoso per la comunità (per es. quando aiuta i clienti ad evadere le tasse…).
I nostri dirigenti tuttavia, non ci chiedono di essere creativi, efficaci. Il degrado dell’ambiente di lavoro, la riduzione drastica di ogni spesa a favore di strumenti per le attività, l’inasprimento dei controlli, la mancata applicazione dei contratti, tutto ciò riflette probabilmente una ristrettezza di vedute, una povertà culturale, che trovano ogni pretesto esterno per manifestarsi.
Ma torniamo agli utenti
A., (70 anni) è un ciclone. Le è morto una figlia alcuni anni fa. Una perdita inconsolabile. Ha un pessimo rapporto con l’altro figlio. In genere è polemica, manipolatrice. Seguita dal DSM, porta al Centro tutte le sue intricate, turbinose, problematiche esistenziali e psichiche. Stentiamo ad arginarla. Dice di avercela con i maschi. Ecco che allora, noi operatori di sesso maschile, dobbiamo fare i conti con le sue continue richieste, le sue petulanti rimostranze, i suoi eccessi umorali. Qualcuno di noi tenta tattiche diversive. Talvolta è facile cadere nelle dinamiche da lei innescate. (Questo lavoro richiederebbe una supervisione? Senz’altro. Ma non c’è budget.).
A. (79 anni) è autoritaria, lunatica, sesso scortese con gli altri anziani. Patita delle carte, rasenta la dipendenza da gioco. I suoi modi bruschi sono leggendari. Afferma di non rendersene conto. Racconta sempre della sua passata attività di caposala al Policlinico. Talvolta sembra essere preda di moderate allucinazioni, scambi di persona, vuoti di memoria.
P. e P. hanno intrecciato una sorta di curiosa love story. Lui è un piccoletto di 82 anni, con la testa storta a causa di un blocco dei nervi e con una vocina flebile. Lei un donnone di 63 anni, spesso letargica. Tuttavia, grande dispendio di baci e toccatine. Lei gli è molto riconoscente. Dice di essere stata salvato da quest’uomo (di cui non ricorda il nome) “buono e generoso”.
Che dire poi di G? La sua fisionomia, la sua andatura (è affetto da poliomelite), la sua parlantina (per lo più incomprensibile), la sua intermittente, capricciosa sordità, ne fanno uno dei soggetti più caratteristici del Centro. Se il suo sguardo ti aggancia non ti molla per l’intera giornata. “Che ci faccio qui?”, chiede. “Devo andare a Tavoleto”, esclama. Cento volte al giorno.
Poi ci sono tutti gli altri. E infine, i dimessi, i ricoverati in Case di Riposo, i defunti…
Sembra di udire ancora le loro voci – direbbe Fabrizio de Andrè.
“E’ bagnata quest’acqua?”. “Hai cancellato il cancello?”. “Sei munito di sci (sci-munito)?”. Battute memorabili che echeggiano tra queste mura, per un po’ ancora…per poi dissolversi nell’oblio…
Com’è il buon operatore sociale?
Fino a quando conserva traccia degli utenti che ha conosciuto?
In quale momento resetta la memoria o comincia a dimenticare, come HAL 9000, il computer di “2001, Odissea dello spazio”?
Forse non dimentica mai, ma non sa che farsene dei propri ricordi. Ne racconta qualcuno, ogni tanto, ai suoi colleghi. Sempre più sbiaditi, eppure indelebili.
E la città, che se fa di quei ricordi, di quelle vite?
C’è forse un inceneritore per le vite umiliate, malate, angustiate?
Si possono forse riciclare?
Come la polvere, la sofferenze finisce sotto i tappeti, negli interstizi vuoti.
E nelle istituzioni, tra il vorticare di incarichi, programmi, bilanci, tariffe, alleanze politiche, spoil sistem, ecc., perché preoccuparsi del “materiale umano” che si deteriora, che va parcheggiato, assistito con il minimo dispendio?
Qualcuno ha scritto che la dignità di una società si misura con il trattamento che riserva ai suoi vecchi, ai cittadini più deboli.
Stiamo tornando forse alla “carità”? Se questo è “Il trionfo del cattolicesimo”, allora siamo nei guai!
Una giornata di lavoro
La giornata di lavoro al centro inizia alle 8,30. (Personalmente è dalle 7 che sono in viaggio, per raggiungere il mio luogo di lavoro..).
Qualcuno prepara un caffè. Si fa qualche battuta. Si parla degli ultimi avvenimenti che interessano la Cooperativa e il Centro. Il dialogo con i dirigenti è difficoltoso. E’ chiaro che l’argomento all’ordine del giorno è il taglio del personale, la Cassa Integrazione, la chiusura del venerdì. Il Municipio ha ridotto del 20% il finanziamento. Le teste degli operatori risuonano. Una collega verrà messa in CIG a zero ore. E’ intollerabile.
Alle 8,45 si parte con le auto del Centro per andare a prendere gli utenti (ci hanno tolto il pulmino e non sappiamo il motivo…Così i giri si sono raddoppiati).
Durata media dei giri: circa 1 ora/1 ora e trenta.
Cerco di distrarmi con un po’ di musica, in mezzo al traffico. Ascolto Lifegate radio. E’ ottimo blues, folk e rock. Colonna sonora per un’altra giornata in trincea. Cerco di non fare caso alle cannonate che arrivano dal Consiglio Comunale di Alemanno: tagli, tagli, tagli (questo è il sibilo degli obici).
Si torna al centro. Prepariamo la colazione. Si passa tra i tavoli con tè, caffè, fette biscottate. Spesso non mancano dolci. Alle 10,30 inizia l’attività di laboratorio.
Ecco quello cognitivo, ad esempio (sono il conduttore).
Ciascun anziano deve scegliere tre nomi da una lista che gli viene proposta. Sono nomi di personaggi storici, attori, cantanti, sportivi, politici, personaggi dei fumetti, conoscenti…Scelti i nomi, ciascuno deve dare quante più informazioni possibili su ognuno dei personaggi. Ogni informazione corretta riceve un dato punteggio. Alla fine si conteggia. Si discute inoltre sul perché della scelta.
Di seguito: cruciverba o letture varie (giornale, ecc.).
Un altro giorno: viene realizzato un itinerario in giardino, con diverse soste munite di una targa di riconoscimento. Si va da viale Otello a Piazza Pinocchio, passando per vicolo Giulietta e Romeo e largo Amleto. Ad ogni tappa ognuno racconta un episodio della propria vita attinente al nome della targa. Ad esempio, in viale Otello si parlerà di episodi di gelosia in cui si è stati coinvolti; in piazza Pinocchio si parla di bugie; con Amleto di dubbi e d’amore con Giulietta e Romeo…
I laboratori manuali condotti dalla mia collega M. producono prodigiosi manufatti: sottobicchieri, pulcini di stoffa, scatoline decorate, tendine, lavori a maglia, bamboline di pezza, ecc.
Inoltre si fanno attività di ginnastica dolce, di canto, e altro ancora…
Alle 13 è ora di pranzo. Prima, naturalmente, si sono somministrate le medicine a chi ne ha bisogno.
Eccoci trasformati in camerieri superveloci tra i tavoli. Qualche anziano ha bisogno di essere aiutato. La nostra pausa pranzo si svolge in mezzo agli anziani. Chi chiama di qua, chi chiama di là. Mi manca questo, mi manca quest’altro. E’ una strana pausa, la nostra. Quasi, quasi, neanche mi sembra una pausa.
Alle 14 si è pronti per il ritorno a casa degli anziani. Rombano i motori, si apre il cancello. I nostri ospiti sono già tutti imbacuccati, frementi. Grande dispendio di energie per condurli alle macchine.
Si torna verso le 15/15,30.
Lavoro di back office. Modulistica: diario utente, diario giornaliero, ordine mensa.
Alle 16, tutti a casa.
“Come è andata la giornata, caro/a collega?”
Ci si stanca, ma non è come andare in miniera o in acciaieria, è chiaro. E’ una stanchezza più mentale, emotiva, se vuoi.
Se ne avessimo la possibilità organizzeremmo delle gite. Ma non c’è budget.
E’ inverno, il giardino e l’orto non richiedono grandi cure, ma in primavera…
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RICORDA
Vanno contattati i familiari degli utenti.
Vanno organizzate le visite geriatriche.
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E’ estate. Ci si siede all’aperto. Si gioca a palla, a birilli…
Un altro anno sta passando. Scherziamo e canticchiamo: “E protocolla questo e protocolla quest’altro”.
Epilogo
Gli operatori se ne stanno perplessi davanti al cancello.
E’ un lavoro per cui vale ancora la pena di lottare?
Cooperativa è ormai una parola priva di senso?
Il “marchionnismo” ha vinto?
Io suppongo di no. Io penso che la nottata ha da passà. Io voglio raccontare una buona storia a mio figlio. E ci proverò, questo è sicuro.
P.S. Questo è senz’altro un diario molto soggettivo. Non ho parlato dei miei colleghi, i quali, sicuramente avranno le loro storie da raccontare, i loro punti di vista da sostenere. Non ho parlato di tutto ciò che, secondo me, non va. Né di tutto il positivo che è stato realizzato. Oggi come oggi, sembra prevalere l’amarezza. Non si può lavorare serenamente quando gli “inquilini del piano superiore” mostrano di non calcolare per niente il tuo lavoro, la tua dignità. Come si è potuto arrivare a questo?
Ivan Karamazov è forse anche lui colpevole, ma l’assassinio è stato tuttavia commesso da Smerdiakov.
Roma, 12 marzo 2011 Fabio Grieco
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